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[Racconto/Background] il Nibbio e la Tarantola

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  • [Racconto/Background] il Nibbio e la Tarantola

    //nota off. Questo doveva essere un breve background del mio PG. Purtroppo mi sono fatto prendere la mano ed è diventata una storia in più parti dove il mio pg compare solo alla fine //

    Parte 1: Naufragio alle coste del sud

    Lenard Bartholomew Chapman in gioventù era stato un pirata. Ad appena 16 anni aveva cominciato a lavorare come mozzo nel vascello del capitano John Albright, detto “La Piovra”, e con esso batteva tutta la costa occidentale del continente, da Yew fino a Jehlom. A 20 anni era stato promosso timoniere e, come consuetudine a bordo, aveva adottato il soprannome di Tarantola. A 24 era considerato uno dei membri più pericolosi ed ambiziosi dell’equipaggio. La sua brutalità con la spada era seconda solo alla sua agilità. Raramente lo si sentiva avvicinarsi e, quando questo avveniva, spesso era perchè aveva appena affondato una lama nel corpo dell’avversario. A quel punto si poteva udire un grido straziante, frutto del combinato disposto della sorpresa, del dolore e della paura per una morte imminente. Per assicurarsi che le grida fossero le più durature possibile, egli non feriva mai in punti troppo vitali. Preferiva invece colpire all’altezza del ventre, in modo che le vittime potessero sanguinare anche per ore, usando le loro ultime forze per impedire alle loro interiora di cadere fuori. Tutto ciò aveva lo scopo ben preciso di confondere e demoralizzare la ciurma della nave nemica. Per ogni ferito al suolo, altri dovevano deporre le armi per prestare soccorso. Per ogni persona che urlava in preda della disperazione, altri perdavano la concentrazione e la speranza di uscirne vivi.

    Il capitano Albright comandava il suo equipaggio con estrema fermezza. Sapeva bene che un capitano, per non essere spodestato, doveva mostrare ad ogni momento la sua forza. Allo stesso tempo, però, era ben consapevole che una ciurma fedele doveva avere la possibilità di lasciarsi andare di tanto in tanto. Dopo ogni assalto lasciava loro tutto il grog che si trovava nella stiva, oltre che la possibilità di “intrattenersi” con qualunque persona che fosse ancora viva, eccezion fatta per quelli che potevano valere un buon riscatto. Eppure tutto questo rischiava di non bastare. La legge del mare era dura, e non consentiva di invecchiare serenamente al comando di un vascello pirata. Gli anni cominciavano a farsi sentire e, sicuramente, tra poco tempo qualcuno avrebbe pensato che sarebbe stato facile liberarsi di lui. Per questo motivo, una sera, con il mare calmo e la nave in rotta per il porto di Buccaner's Den, la Piovra irruppe nella stanza in cui la sua ciurma beveva e giocava a carte. Avanzò verso il centro della sala, guardò il suo equipaggio per qualche secondo, ed appoggiò su un tavolo innanzi a lui una bottiglia di Rum invecchiato. “Ve lo siete meritato” disse con voce rauca. Poi voltò il capo a destra “Tarantola, vieni!”. Il ragazzo lo seguì verso l’uscita mentre gli altri si avvivinavano sghignazzando verso la bottiglia di liquore.


    Nella sua cabina, la Piovra versò del liquido nero in due bicchieri, e ne porse uno al suo interlocutore. “Questa si che è roba buona, non come quel piscio di gatto che ho dato agli altri” disse mentre sorseggiava piano. Il liquido scendeva in gola come melassa. Differentemente dal contenuto delle altre bottiglie, questo non bruciava mentre era ingurgitato, ma creava subito un formicolio nelle dita dei piedi, ed una sensazione di leggerezza quasi esilarante.
    “Quando attraccheremo” riprese il capitano “vi lascerò due giorni di libertà. Io partirò per l’entroterra e voi non mi vedrete più”. Sorrise “ora è tempo che mi goda quello che ho guadagnato. Non ti pare?!” a quel punto tirò una grassa risata.
    Il giovane lo guardò sorpreso “E che succederà alla nave?”
    Il capitano chiuse la bocca e serrò gli occhi “Perchè credi che ti abbia chiamato qui? Perchè sei bello da vedere?” A quel punto trangugiò tutto il bicchiere “Secondo me è tempo che tu prenda il comando. Sei giovane, hai il fegato che ci vuole per questo mestiere. Vedrai, tra qualche anno tutti si saranno dimenticati di me e tremeranno solo alla ciurma della Tarantola”
    Il giovane bevve anche lui un lungo sorso “Gli altri potrebbero non accettarmi” disse infine.
    “Vuoi tutta la pappa pronta?!” lo guardò con sfida il capitano “Ti dovrai guadagnare il posto, come ho fatto io ogni fottuto giorno della mia vita” Quindi si alzò e girò le spalle verso un piccolo oblò “Ma tu sei abbastanza un bastardo da far paura agli altri. Vedrai, non avrai problemi a farti rispettare. Il trucco è sapere quando smettere. Quando avrai la mia età ti converrà ritirarti a far la bella vita con il tuo gruzzolo” Dicendo questo, appoggiò la mano sopra un forziere di legno con le estremità ornate in bronzo. In quel momento il giovane ebbe un’intuizione. Lì dentro c’era il tesoro della Piovra. Erano anni di lavoro, e lui avrebbe dovuto faticare enormemente per ottenerne uno simile. Sempre che qualcuno non si decidesse a farlo fuori prima.

    La Tarantola appoggiò il bicchiere e si alzò. Con estremo silenzio slegò un pezzo di cima che aveva alla cintura e si avvicinò al capitano. Questi stava ancora parlando volgendogli le spalle e non si accorse di nulla fino a che la corda non cominciò a stringergli il collo. Subito avvicinò le mani al mento ma non riuscì ad allentare la presa. “Baass....tarr....do!” boffonchiò cercando di dare gomitate al suo attaccante. Il giovane diede un’ultima stretta con la cima ed un grosso schizzo di sangue uscì dalla giugulare del capitano innaffiando la faccia dei due uomini. La Tarantola lasciò la presa e vide la sua vittima crollare al suolo con qualche spasmo. Il giovane si guardò intorno cercando di capire se lo avessero sentito. Dopo qualche secondo di silenzio si tranquillizzò. Alla fine non tutte le sue vittime gridavano per ore, e questo era un bene. Fu in quel mentre che decise di aprire la porta della cabina per guardare fuori, e si trovò faccia a faccia con Arthur “il Guercio”, un marinaio già abbastanza il là con l’età che aveva seguito il capitano per anni. I due si guardarono in silenzio per un poco, il giovane con il volto e le mani piene di sangue, il vecchio con la bocca aperta che lasciava scorgere una dentatura marchiata dallo scorbuto. “Il tempo della Piovra è finito” disse infine il giovane “adesso c’è un nuovo capitano. Vai giù dagli altri. Io arriverò tra poco”. Il vecchio non disse nulla, ma si girò e si precipitò immediatamente sottocoperta. Dopo qualche secondo tutte quelle risate, improperi ed il rumore di sedie spostate che fino a quel momento avevano fatto da sottofondo cominciarono progressivamente a scemare. Ben presto regnò silenzio più assoluto.

    Ultima modifica di irkantu; 06-07-2020, 11:19.

  • #2
    “Non mi aspetteranno laggiù in eterno” si disse, mentre si voltò a guardare il corpo esamine del capitano. Da lì a poco qualcuno sarebbe salito ed avrebbe visto come si era svolta la scena. Il capitano era stato attaccato di sorpresa, alle spalle, senza preavviso, senza quel dannato coltello piantato sul tavolo che per anni era stato usato per regolamentare le sfide. La legge del mare era dura, ma era pursempre una legge. Qualcuno tra quella ciurma di tagliagole, ubriaconi e poco di buono avrebbe avuto da ridire. Forse proprio Arthur “il Guercio”, che conosceva la Piovra da tanti anni. Forse quel figlio di buona donna di Greg, che sognava di diventare capitano lui stesso. Ma forse uno degli altri, come il grosso barbaro, il goblin, o quell’elfo dal nome impronunciabile che non parlava praticamente mai. “Devo fare in fretta” ripetè tra sè e sè, mentre corse verso il forziere cercando di sollevarlo. A fatica lo trasportò fuori dalla cabina del capitano, e lo caricò su una scialuppa legata fuoribordo. Nel frattempo, un mormorio indistino cominciò a sentirsi sottocoperta.

    Il tempo era sempre più limitato. Il giovane si avvicinò ad uno dei cannoni, e iniziò a tirarlo verso l’interno della barca. Le ruote cigolarono lentamente e ruotavano finchè la grande arma non fu puntata verso la scala che portava sottocoperta. Con un sorriso il ragazzo prese una delle palle e la infilò nella bocca del cannone. Poi andò sul retro e cominciò a trafficare con la polvere da sparo. In quel momento sentì il cigolio di una porta aprirsi.
    “Hei Tarantola, ti stiamo aspettando qua sotto!” disse una voce “O forse dobbiamo venirti a prendere?!”. Dopo qualche secondo si sentirono dei passi salire i gradini.
    “Nessuno qui vuole ubbidire a te” ripetè la voce mentre la Tarantola accendeva la miccia del cannone con la fiamma di una lanterna.
    “Dobbiamo regolare la cosa tra di noi” continuò la voce, mentre nella penombra si poteva cominciare a vedere una figura emergere sul ponte della nave. La Tarantola non perse tempo, e scappò verso la scialuppa.
    “Sarà un piacere sentire le tue urla quando il mio coltello passerà sopra quell’ammenicolo che tieni tra le gamb...” la voce si interruppe di colpo “Ma cosa?....Il cannone!!".
    Il ragazzo fece tempo dire “Portate i miei saluti al Dio Oceano!” che un violenta esplosione si abbattè sul centro della nave. La Tarantola azionò la carrucola per far scendere la scialuppa mentre da sottocoperta si sentivano urla convulse “Acqua.... imbarchiamo acqua... l’uscita è bloccata”. La nave cominciò progressivamente ad inclinarsi. Giunto al livello del mare, il ragazzo tagliò le cime che fissavano la scialuppa alla carrucola. Poi prese i remi, ed iniziò ad allontanarsi.

    Sentendo le grida e guardando le luci del vascello che progressivamente si spegnevano, il giovane pensò alla sua situazione. Era senza cibo ed acqua, aveva solo una vaga idea di dove poteva essere la costa, e tutto questo per l’intuizione che quel forziere contennesse grandi ricchezze. Si sentì per un attimo stupido davanti alla prospettiva di essersi sbagliato. Per sua fortuna non fu così.

    Ultima modifica di irkantu; 06-07-2020, 11:20.

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    • #3
      Parte 2: Un Orso al mercato di Moonglow

      Gli anni che seguirono portarono a Lenard fortuna e ricchezza. Egli si trasferì a Britain, dove riprese ad usare il suo vero nome, ed utilizzò il tesoro che aveva ottenuto per installarsi come venditore di stoffe. A 40 anni era uno dei membri più influenti tra la gilda di commercianti della città. A 50 anni fece ingresso nell’alta società della capitale, sposando una delle figlie di una famiglia nobile decaduta. A 60 era consulente a corte, in odore per essere presto nominato ministro del commercio, e prossimo a comprare un titolo da cavaliere per il suo figlio maggiore. In quegli anni aveva scoperto di avere il talento per gli affari, e che la nobiltà britannica non sapeva nè prevedere nè contrastare la sua intelligenza spiccia e spregiudicata. Il tesoro che aveva rubato anni prima nel vascello del capitano Albright si era nel frattempo moltiplicato. Una porzione era depositata nelle banche della capitale, per conservare le apparenze e pagare un po’ di tasse al regno, ma la maggior parte era conservata in un luogo noto solo a lui. Insomma, Lenard era arrivato in cima alla scala sociale, viveva negli agi, e trattava il mondo come un frutteto verso cui era sufficiente allungare la mano. Non ebbe mai nulla da temere, eccetto forse per quei momenti in cui passato volle fare i conti con lui.

      La prima volta avvenne nel mercato di Moonglow. All’epoca Lenard aveva 35 anni e viaggiava spesso verso l’isola per discutere con i commercianti di vari angoli del continente. Già gli espositori del grande bazaar lo conoscevano, e facevano gara ad ingraziarselo per ottenere un accesso privilegiato verso Britain. Durante quell’estate Moonglow era afosa, e le strade affollate. Lenard camminava accanto a Theodor Halifax, eminente membro della gilda dei mercanti, facendosi strada verso un grande emporio di seta. Arrivato alla porta del negozio allungò la mano per entrare, quando fu colto di sorpresa da una mano enorme che, proveniendo da dietro, lo superò e conficcò un grosso coltello sulla superficie di legno. “Ti ho trovato, gran pezzo di bastardo!” disse una voce rauca dietro di lui. Lenard si voltò sgranando gli occhi e vide innanzi a lui un barbaro alto quasi due metri, con il collo taurino, le braccia larghe come due rami di frassino, ed il corpo nerboruto coperto da un sacco di juta. Halifax, sorpreso per l’accaduto, si voltò verso Lenard “conosci questo... ehm.. gentiluomo?” chiese.

      Erano passati più di dieci anni, il suo volto era segnato dalle rughe, e sulla parte destra del suo collo era apparsa una grossa ustione. Nonostane questo Lenard lo riconobbe subito. Era Ham, “L’Orso”, uno dei suoi compagni dell’equipaggio che, inspiegabilmente, doveva essere scampato al naufragio. Ora, per pura coincidenza, o per uno scherzo degli Dei, si erano re-incontrati, e non si prospettava un evento amichevole. Le sue parole, lo sguardo vitreo, il coltello conficcato sulla porta come segno di sfida, l’incuranza con cui aveva abbandonato le sue attività, tutto lasciava intendere che aveva sempre desiderato vendicarsi. Ma non era il caso che Halifax venisse a conoscenza di queste cose. Per questo Lenard rispose solamente “credo che mi abbia confuso con qualcun’altro.”

      L’Orso grugnì. “Quando avrò finito con te, ti confonderanno con la carne del macellaio”. Quindi tirò un grosso pungo in direzione della faccia di Lenard. Questi ebbe il riflesso di abbassarsi, e la grossa mano fece scricchiolare la robusta porta di legno che stava dietro. Lenard scartò velocemente a lato mentre il barbaro si girava con solenne lentezza.
      “Quando avrò finito con te” continuò “non ti distingueranno da un pezzo di cacca secca di Goblin” e così dicendo avanzò verso Lenard che, nel frattempo, si era rifugiato dietro ad un cunicolo. In quel mentre, Theodor Halifax, tra lo sconcerto e la paura, urlò “chiamate le guardie! C’è un barbaro che ha perso il controllo!”.

      Lenard cercava di mettere più distanza possibile tra lui ed il suo grosso inseguitore, che nel frattempo gridava “Ti staccherò le braccia.... Ti tirerò fuori le budella con le mie sole mani”. Ringraziando di essere ancora abbastanza agile, riuscì ad arrampicarsi sopra una finestra e, da lì, a raggiungere il tetto di un basso edificio. In quel mentre, si udì il distinto suono di uomini in armatura che si stavano avvicinando. Il vicolo era oramai deserto, ed un gruppo di guardie si era messo alle due estremità bloccando l’Orso nel mezzo. Questi teneva lo sguardo puntato verso Lenard che, dall’alto del suo rifugio, valutava la situazione. “Se mi raggiunge mi ammazzerà” riflettè “ma se lascio che lo catturino potrebbe parlare”. Gli eventi stavano portando verso due esiti disastrosi, e si rendeva necessaria una terza soluzione.

      Una guardia si avvicinò al grosso barbaro agitando una alabarda. Questi, tuttavia riuscì ad afferrare l’arma per il manico ed a strapparla con violenza dalle mani del suo assalitore. Quindi la gettò a terra ed afferrò la guardia disarmata per l’armatura “Stai fuori da questa storia!” urlò prima di sferrare un poderoso pugno sul naso della vittima che cadde al suolo in ginocchio. Le altre guardie puntarono le alabarde e cominciarono ad avvicinarsi verso l’Orso con un malcelato timore. Il barbaro grugnì contro di loro e quelle si fermarono senza osare fare neppure un passo.
      “Guardate le mammolette!” disse “siete in quattro e non riuscite neppure ad avvicin...” in quel momento si bloccò, poi lentamente piegò la testa fino a guardarsi il ventre dal quale era improvvisamente spuntata la punta di una alabarda. Con il sangue che gli sgorgava sia dalla ferita che dalla bocca, l’Orso si voltò lentamente. Lenard stava dietro di lui e sorrideva. Aveva approfittato del trambusto per scendere dal tetto e raccogliere l’arma della prima guardia tramortita. Il barbaro cadde in ginocchio “sei sempre stato una carogna...” disse con fatica “ma gli altri te la faranno pag...”. A quel punto si accasciò al suolo. Lenard lo guardò per qualche secondo, poi alzò la testa verso il capo delle guardie il quale sospirando disse “grazie dell’aiuto”.

      Ultima modifica di irkantu; 06-07-2020, 11:28.

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      • #4
        Parte 3: Un sorso di troppo a Radek

        In seguito all’incidente di Moonglow Lenard realizzò che vi erano dei supestiti dal naufragio. Quanti non era dato saperlo, ma le ultime parole smozzicate dell’Orso non lasciavano dubbi che ve ne fossero più d’uno in giro per il continente. Per quanto fosse altamente improbabile che costoro frequentassero i ricchi quartieri di Britain, Lenard voleva evitare di incontrarne uno per caso. Del resto, a Moonglow era stato fortunato, ma la fortuna non poteva durare in eterno. I successivi dieci anni furono caratterizzati da una estrema cautela, nella quale Lenard continuava a guardarsi alle spalle, e non lasciava mai la capitale se non accompagnato da un nutrito corpo di guardie mercenarie.

        Fu solo verso la fine dei suoi 40 anni che egli venne nuovamente a patti con il suo passato. In quel mentre era in viaggio nella città di Radek. Seduti sul patio di una locanda, lui ed Halifax commentavano divertiti i giardini verdi della città dei cacciatori, la gradazione del loro vino, e la licenziosità degli abiti delle passanti. La guardia mercenaria pattugliava discretamente la strada, mentre una cameriera con la scollatura particolarmente esposta gli pose davanti una nuova tazza piena ed un bigliettino. Halifax sembrò divertito dalla scena “forse ti vuole invitare di là” lo incalzò “vai, approfittane che il matrimonio è solo tra un mese! Ma non farti fregare sul prezzo, altrimenti domani i tessitori non ci prenderanno seriamente”. Lenard rise, ingollò un sorso di vino ed aprì il biglietto. Non conteneva un messaggio scritto, ma degli schizzi arraffati che formavano una strana forma triangolare.
        “Ma cos’è?” chiese Halifax “sembra un disegno di un bambino”. Lenard lo rigirò incuriosito, finchè di colpo non comprese che la forma triangolare rappresentava un coltello puntato verso il basso.
        “Un bambino, oppure un’analfabeta” disse impallidendo. Comprese che si trattava di una sfida. Qualcuno lo aveva riconosciuto e stava pianificando di ammazzarlo, ma al contempo non voleva farsi vedere. Chiaramente c’era un piano in atto, nel quale era previsto che gli fosse recapitato un coltello. Uno rischio considerevole per mantenere la tradizione. Del resto la legge del mare era dura, ma era pursempre una legge.

        Rimase fermo per un poco, scrutando la porta della locanda, le guardie sulla strada, i passanti. Non riusciva a scorgere qualcosa che stonasse. “Ma che hai? Sembra che tu abbia visto un fantasma” gli chiese Halifax. Lenard si voltò verso l’interlocutore. Se c’era un piano in atto, anche la sua reazione di allerta forse era prevista. Forse il piano era di logorarlo lentamente. Inutile comportarsi in modo strano davanti ad Halifax, probabilmente sarebbe stato attaccato una volta uscito dalla taverna, ed in quel caso c’erano le sue guardie. Si rilassò e bevve un altro sorso. Poco dopo sentì sulla lingua qualcosa di amarognolo, pungente, diverso dal sapore zuccherino del vino locale. A quel punto realizzò. Qualcuno aveva avvelenato la tazza. Si alzò di scatto e corse fuori per la strada. “Mare” gridò “Acqua”. Correndo con la maggior velocità che aveva in corpo si rimproverò di non aver pensato al veleno. Del resto l’unica strategia sensata se non si volevano affrontare le sue guardie mercenario. Quando il fiato stava per venirgli meno arrivò presso un fiumiciattolo. Si chinò verso la sponda e cominciò a bere acqua mista a terra e sabbia. Mentre sentiva lo stomaco contorcersi si chiese quanto effettivamente avesse bevuto da quella tazza, e se fosse ancora in tempo per salvarsi. D’un tratto vomitò la terra precedentemente ingurgitata, e con essa una buona quantità di vino.

        La testa cominciò a pulsare. Lenard cercò di alzarsi ma dovette accasciarsi al suolo nuovamente. Il veleno stava facendo un po’ di effetto. Forse adesso che aveva vomitato non sarebbe morto, ma sicuramente ve ne era ancora in corpo abbastanza per intontirlo. Un’occasione ghiotta per una vendetta, specie ora che si era allontanato dalle guardie. Tese le orecchie per capire se qualcuno si stava avvicinando, e non sentì nulla. Ma non aveva bisogno del rumore per capire che c’era una persona nascosta. Si trattava di qualcuno silenzioso, pratico di veleni, e con le capacità grafiche di un bambino. Facendosi coraggio si alzò e si voltò.
        “In questa strada si sente un’inconfondibile puzza di Ratto!”. Disse ad alta voce. “Una puzza così nausebonda da far vomitare l’anima”. Attese qualche istante “Del resto i ratti sono creature così schifose che dovrebbero tutte affogare in mare”. In quel mentre si sentì il sibilare di un coltello che sfiorò la guancia di Lenard e si conficcò in un albero a pochi passi dietro.

        “Zi hai provato, Tarantola. Ma zono ancora qui!” disse una voce stridula. Innanzi a lui stava un piccolo omuncolo dalla pelle verde scura, che mostrava i denti e giocherellava con la mano sinistra con un secondo stiletto simile a quello appena lanciato. “Ma tra poko...” continuò “zarà il tuo corpo a finire zotto l’acqua”. Lenard lo riconobbe. Droc, il Ratto della nave. Un goblin abile nell’uso dei veleni e del coltello. Non il tipico pirata possente, ma sicuramente qualcuno utile da avere a bordo se il proprio obbiettivo era tagliare le gole di un nemico inconsapevole. Un’arma efficacissima, se non fosse per il fatto che il Ratto era facile da provocare.
        “Ti taglierò la gola e appenderò la tezta zulla piazza di Fear Keep” continuò avvicinandosi a Lenard il quale, immobile, tremava per la febbre “zei troppo depole per battermi!”. Quindi alzò il pugnale e fece per tirare un fendente, ma venne bloccato dalla mano della sua vittima.
        “E tu sei troppo vecchio... e troppo stupido!” disse Lenard in un attacco di rabbia mentre stringeva il polso del goblin per fargli mollare il coltello. “Fossi rimasto nascosto avresti avuto qualche possibilità. Ma è sempre stato fottutamente facile provocarti”. Il cuore pulsava a gran velocità, un po’ per la febbre ed un po’ per la paura di morire. Allungò la seconda mano verso la gola dell’omunculo e cominciò a stringere con tutta la forza che aveva.
        “Chi altro è sopravvissuto?!” urlò. Attese qualche secondo e poi continuò “Parla Ratto se vuoi vedere l’alba di domani!”
        Dalla bocca dell’omuncolo uscirono suoni strozzati “l’O... orzo” disse infine.
        “Ho già regolato i conti con quel gigante idiota!” continuò Lenard “Chi altro?!”
        Il Goblin aprì la bocca faticosamente “Zzz... Zqua... lo”.
        Lenard rise “Bene. Stanerò quella carogna ovunque sia nascosta!” aggiunse “Chi altro?!”. La stretta di Lenard era così forte che il Ratto allentò la presa sul contello.
        “M... mio figlio... è zolo!” disse allo stremo delle forze. Lenard in quel momento era riuscito a strappare il pugnale dalla mano della sua vittima.
        “E allora non avresti dovuto infastidirmi” e così dicendo affondò la lama sul petto dell’omuncolo. Poi allentò la presa sul collo e lasciò che il corpo cadesse al suolo contorcendosi dal dolore. Quindi si chinò, afferrò il coltello nuovamente per il manico e affondò la lama altre tre volte.
        “Meglio essere sicuri che questa volta non sopravviverai” disse infine alzandosi. Era ancora debole, e tremava dalla febbre, ma gli parve di sentire un fruscio tra gli alberi ed il suono di qualche passo che si allontanava. Tuttavia, quando si voltò, non vide nessuno. Sorrise pensando che stava probabilmente delirando. A quel punto osservò le macchie di sangue miste a vomito che impregnavano i suoi abiti. “Beh...” si disse “ora devo pensare a qualcosa da dire a Halifax”

        Ultima modifica di irkantu; 11-07-2020, 23:05.

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        • #5
          Parte 4: Caccia allo Squalo

          “Il suo nome è Greg, ed una trentina d’anni fa bazzicava le taverne di Buccaneer’s Deen facendosi chiamare lo Squalo” mentre pronunciava queste parole Lenard sedeva comodamente su una sedia di noce, con un bicchiere di vino sulla mano destra ed una pipa accesa nell’altra. Aveva compiuto da poco 55 anni, e la vita nella capitale era stata generosa con lui. Il suo ventre si era ingrossato, i capelli erano diventati grigi, e sopra la sua bocca erano apparsi due aristocratici baffi alla vesperiana, come richiedeva la moda dell’epoca.
          “L’ultima volta è stato visto su una nave che è affondata presso la costa di Jehlom. Tuttavia pare che sia sopravvissuto, assieme ad un goblin di nome Droc, ed un barbaro alto due metri di nome Ham” Di fronte a lui stava un uomo sui 35 anni, basso, con i capelli neri pettinati a lato, un volto ben rasato, ed una casacca di pelle. Dalla cintura pendevano i foderi di due stiletti, mentre un terzo spuntava dalla gamba dello stivale. Si faceva chiamare Adam, ed era un cacciatore di taglie con molta esperienza alle spalle, e la fama d’essere la lama più efficace e discreta che il denaro poteva comprare. O meglio, la terza miglior lama che il denaro poteva comprare, visto che Lenard aveva già affidato l’incarico ad altri due negli anni precedenti, e questi erano tornati a mani vuote.
          “E dove sono ora queste altri due... ehm... naufraghi?” chiese Adam mentre scribacchiava sopra un rotolo di papiro.
          “Morti entrambi” rispose Lenard pigramente “ma il goblin dovrebbe avere un figlio ancora in vita, ed immagino quindi una compagna con cui....” gli occhi si chiusero di colpo, ed il volto assunse una faccia di disgusto “Non ci voglio neanche pensare!”. Adam prese nota e non disse nulla.
          “Ho già fatto delle ricerche in questi anni” riprese Lenard “so per esempio che un gruppo dalla descrizione dello Squalo e dei suoi compagni è arrivato alle coste di Jehlom attaccato a delle travi approssimativamente tre giorni dopo il naufragio” Lenard aveva trovato questa storia molto ironica. Tre giorni senza cibo ed acqua potabile avrebbero ucciso chiunque. Eppure quelli erano riusciti in qualche modo a tenere duro. Forse erano stati aiutati dagli Dei. Forse invece era il loro desiderio di vendetta.
          “Da quel momento in poi le informazioni si fanno confuse” continuò “Il barbaro abbandonò la vita da pirata e lavorò come uomo di fatica a Moonglow. Il goblin, invece, prese servizio subito dopo su un’altro vascello, e continuò la sua attività per quasi una decade.” Bevve un grosso sorso di vino e poi riprese “Poi cambiò vita anche lui, mise su famiglia ed aprì una taverna nella città di Radek”.
          Adam continò a scrivere “la taverna è ancora di proprietà della famiglia del goblin?” chiese.
          “Macchè” rispose “tutti spariti” Lenard ricordava molto bene quella parte della storia. Appena riavutosi dall’avvelenamento a Radek, egli era tornato nella locanda solo per trovarla deserta. Con non poca fatica era riuscito a rintracciare la cameriera che gli aveva lasciato il biglietto. Ella, tra i pianti, disse che aveva fatto solo quello che le aveva ordinato il padrone. Giurò che non sapeva che la tazza fosse avvelenata, e che poche ore dopo l’incidente il figlio era scappato via.
          “Capisco” rispose Adam arrotolando il papiro “Vedrò quello che posso fare. Inutile sottolineare che questa è una pista molto fredda. Sarà difficile trovare qualcosa.” Fece un sospiro “Difficile e....” con le dita fece segno che sarebbe costato molto.
          Lenard sbuffò “I soldi non sono un problema” disse annoiato. Adam sorrise e si congedò.

          Il cacciatore taglie aveva ragione. Si trattava di una pista fredda che difficilmente avrebbe portato a qualcosa. Lenard aveva già speso considerevoli cifre per trovare lo Squalo senza avere successo. Il problema non era l’assenza di informazioni. Al contrario, Lenard dovette affrontare una moltitudine di indizi contrastanti, secondo cui uomini della descrizione dello Squalo erano stati visti ovunque, da Occlo a Minoc, da Dairylake a Nuje’lm. Controllare tutte queste tracce era impossibile, anche per le sue ingenti tasche. Le cose furono simili anche per tutto l’anno successivo. Adam mandava rapporti secondo cui si evinceva che era andato a Jehlom per ricostruire il percorso dei supersiti. Poi era andato a Buccaneer’s Deen per cercare di recuperare informazioni sulla famiglia di origine dello Squalo. Infine aveva viaggiato fino a Fear Keep per ritrovare notizie della famiglia del goblin. In tutti questi casi, Adam ammetteva che vi erano potenziali piste su dove potesse essere andato il pirata, ma esse erano talmente incoerenti l’una con l’altra, al punto che era difficile immaginare quale potesse essere la più attendibile. Insomma, tutto lasciava pensare che, di lì a poco, Adam si sarebbe arreso. Invece, con estrema sorpresa, Lenard un giorno ricevette un messaggio che riportava “Sono a Delucia. Ho trovato qualcosa”.

          Fu così che, una settimana più tardi, Lenard ed Adam affondavano i piedi dentro un profondo pantano, mentre con le mani cercavano di tenere lontane zanzare di considerevoli dimensioni. “Tutte le piste non portavano a nulla, stavo per arrendermi” diceva Adam mentre cercava ingannare la fatica con un po’ di conversazione.
          “Ad un certo punto realizzai. Differentemente dai suoi compagni, questo è un uomo che non vuole essere trovato. Un uomo che si è tenuto volontariamene lontato dai posti più abituali”. Avevano lasciato Delucia da due giorni, e si erano inoltrati in una calda giungla, facendo bene attenzione ad evitare le strade battute che pullulavano di briganti, animali, ed altre strane creature.
          “Quindi pensai, dove si può nascondere uno che è ricercato dall’alta società di Britain?” si fermò un istante a prendere fiato. Poi si guardò intorno un poco e riprese a camminare. “Delucia sembrava la scelta naturale”. Sulla mano teneva un grosso machete con il quale si faceva strada tra le felci e l’erba alta. “Così spostai la mia attenzione lì” Lenard lo seguiva facendo bene attenzione a mettere i piedi sulle sue orme.
          “Dopo una settimana di ricerche” continuò “incrociai un commerciante di riso che sembrava sapere di chi stessi parlando. Apparentemente, un gruppo di braccianti capeggiati da uomo della sua descrizione veniva in città una volta al mese per vendere la propria merce e fare rifornimenti. A quel punto mi è bastato aspettare”
          Lenard ascoltava ansimando un poco “Dei braccianti?” rispose “e come possono sperare di lavorare la terra in questo luogo dimenticato dagli Dei?”
          Adam si fermò un instante “apparentemente lì è possibile” e così dicendo allungò la mano verso un picco gruppo di casupole che apparve dietro le foglie verdi.

          Si avvicinarolo lentamente alle costruzioni in legno e videro che queste erano sul bordo di una grande vasca d’acqua. Dopo di questa si potevano vedere altre casupole dietro alle quali apparivano altre grandi vasche. All’interno di questi bacini, dei braccianti lavoravano chini su piccole piante che emergevano dalla superficie. “Non sono campi” disse Lenard a bassa voce “Sono risaie”.
          Adam annuì senza prestare troppo interesse “Da quello che ho capito, questi sono disperati, ricercati, galeotti, gente che il mondo preferirebbe dimenticare. La perfetta forza lavoro da sfruttare” sorrise “ed il loro capo-mastro...” di colpo puntò il dito verso una figura alta, con i capelli e la barba grigi, che percorreva la passeggiata che divideva le vasche con aria solenne. Alla cintura aveva legato un frustino, mentre sulla mano sinistra teneva una bottiglia di Rum.
          “È lui!” disse Lenard con eccitazione “È invecchiato male, il figlio di buona donna, ma è indubbiamente lui”. Quindi si voltò verso Adam con un sorriso maligno “ti sei meritato una bella parcella ragazzo”.

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          • #6
            I due esploratori attesero il resto della giornata nascosti ai bordi delle risaie, osservando i braccianti che lavoravano, mangiavano e si ritiravano nelle loro capanne. Quando si assicurarono che nessuno fosse in giro, si avvicinarono lentamente verso l’abitazione del capo-mastro. Lenard fece cenno alla sua guida di stare di guardia, ed aprì la porta. Si trattava di una casupola in legno fatta di una sola stanza. Sul lato sinistro vi era un letto di legno su cui era adagato un materasso da cui spuntavano fili di paglia e lana. Sul lato sinistro vi era un tavolo in cui brillava la fiamma di una candela. Accanto al tavolo, un uomo stava seduto stancamente sopra una sedia pericolante, con la mano ben serrata su una bottiglia di Rum. Questi si girò verso Lenard cercando di capire chi fosse l’avventore.
            “Ho detto mille volte che non voglio essere disturbato!” grugnì mentre allungò la mano verso la frusta legata alla cintura “ma forse devo farmi capire meglio”. Lenard uscì dalla penombra con la mano destra che reggeva ben salda una piccola spada.
            “Ma guardati... non riesci a farti ubbidire neanche da questi pezzenti” disse mentre avanzava lentamente verso il centro della stanza “non saresti mai stato un buon capitano, Greg”. In quel momento la luce della candela illuminò il volto di Lenard. L’uomo dall’altra parte lo fissò in silenzio per ben un minuto. In due occasioni sembrò che stesse per dire qualcosa, ma ogni volta richiudeva la bocca senza proferire parola. Infine si portò il collo della bottiglia di Rum alla bocca e bevve un lungo sorso.


            “Mi hai trovato” disse infine “Non è servito a nulla nascondermi in questa fottuta palude, tra gli insetti e la feccia del continente. Sei venuto a cercarmi fino a qui” Nella sua voce si potenva sentire un tono di rassegnazione.
            “Cosa ti aspettavi?” rispose Lenard “Quando ho capito che eri ancora vivo sapevo che ti avrei dovuto stanare” fece una breve pausa “Altrimenti prima o poi saresti stato tu a trovare me”.
            Greg lo guardò per qualche secondo “Trovare te?” disse scoppiando in una grassa risata “Tarantola, sono vent’anni che so esattamente dove sei!” a quel punto si portò la bottiglia di Rum ancora alla bocca. “Del resto, che ti aspettavi? Fare la bella vita nella capitale non è proprio il modo migliore per nascondersi”. Attaccò le labbra al collo della bottiglia, ma le staccò subito “vuota” disse con noia appoggiandola sul tavolo.
            Lenard osservò il suo interlocutore con curiosità “e non hai mai cercato di vendicarti?”
            Greg si alzò con fatica. Con le mani spazzò un po’ di polvere via dai pantaloni e si diresse verso un angolo della stanza. “La sera in cui hai ammazzato il capitano” disse “ero salito sul ponte a cercarti” si chinò verso una cassa di legno e si risollevò tenendo in mano un’altra bottiglia. “Ma invece ho trovato un cannone carico pronto a sparare” lentamente ritornò verso la sua sedia “La palla mi mancò, ma il botto fù così forte che me la feci nei pantaloni” ridacchiò “da allora, quel suono continua a battere nella mia testa” si indicò l’orecchio destro con il dito “lo sento di giorno, di notte, quando mangio, quando parlo” con le mani cavò il tappo dalla bottiglia e lo gettò in terra “l’unica cosa che lo fa andare via per un po’ è questa” alzò la bottiglia di Rum, e così facendo la sua mano tremò visibilmente “sono ridotto ad uno straccio, Tarantola, non posso pensare, non posso tenere salda una spada sulla mano”.
            Bevve in grosso sorso e continuò “Un pomeriggio, una ventina d’anni fa, ti vidi camminare per la banchina del porto di Britain. Rimasi a fissarti per ben dieci minuti quando esaminavi delle stoffe scaricate da un vascello proveniente da Magincia. Al porto sapevamo che la gilda stava pensando di rivedere i loro piani commerciali con quell’isola. Tutti dicevano che se tu avessi dato l’assenso, l’anno successivo il Lord avrebbe indossato solo sete provenienti da lì. In quel momento capii che eri diventato un pezzo grosso. Ma notai anche un’altra cosa” cominciò a ridacchiare “mentre sorridevi all’inviato di Magincia, e commentavi le sue stoffe, allo stesso momento ti grattavi l’orecchio sinistro con il pollice. Lo stesso gesto che facevi mentre imbrogliavi a carte, o appena prima di accoltellare qualcuno dopo averlo assicurato che non eri una minaccia.” In quel momento anche Lenard si mise a ridere.
            “Tu stavi per fregare l’inviato di Magincia, ed io ero il solo in quel porto ad averlo capito” prese un grosso sorso di Rum e continuò. “Quindi corsi da un paio di rivenditori e mi feci pagare bene per la soffiata”
            Lenard smise di ridere e disse “mi sembra che il cannone non ti abbia fottuto totalmente il cervello”.
            Lo Squalo fece una smorfia “Non ero in grado di ammazzarti. Ma non ne avevo veramente bisogno. Potevo ancora fare un po’ di soldi prevedendo le tue mosse.” Il quel momento il volto assunse una certa fierezza. “Poi sentii quello che successe all’Orso, e capii che se mi avessi riconosciuto mi avresti fatto fuori senza pensarci due volte. Ed allora sono scappato in questo buco di palude.”
            Lenard alzò la spada “Ma ti ho trovato lo stesso” disse.
            “Davvero, Tarantola?” disse Greg con rassegnazione “Dopo avermi visto in queste condizioni, pensi davvero che io sia un pericolo per te?” I due incrociarono lo sguardo e si fissarono per un minuto senza parlarsi.

            Adam guardava le risaie nel buio della notte, mentre sentì un rumore provenire dalla capanna. Si voltò e intravide Lenard uscire. Sulla mano destra teneva la medesima piccola spada con cui era entrato. Sulla sinistra teneva un fazzoletto con cui puliva la lama.
            “È passato tanto tempo” disse “Non pensavo che sarebbe stato così difficile”.
            Lenard alzò lo sguardo interrompendo quello che stava facendo “Non ha opposto nessuna resistenza” disse infine “ma avevamo cose da raccontarci”.
            Adam sorrise e si voltò nuovamente sulle risaie. “Confido che non ci sia più bisogno di me, ora” disse.
            Lenard ripose la spada nella fodera “Oh, esiste ancora una persona che mi preoccupa”.
            Adam sorrise “Di chi si tratta? Non c’è preda che non possa trovare.”
            Lenard si grattò l’orecchio destro “Non si tratta esattamente di una preda.” Disse con voce distratta “direi piuttosto, di un segugio”. Adam in quel momento si accorse che un laccio stava passando intorno al suo collo.

            // la fine della storia a breve nel prossimo capitolo //

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