La guerra era finita. Il tempio incendiato, ogni luogo di culto consacrato
al dio Jekrom sottoposto a saccheggi, i monaci uccisi o catturati.

La sacerdotessa osservava la pira sulla quale era
posto il corpo dell'unico uomo che fosse mai riuscita ad avvicinarla e
guardarla in volto, e il figlio del seme che le aveva
sparso in grembo. Il dolore non le lascio' negli occhi che la
cenere trasportata dal vento.
Era tempo di fuggire.

-La piccola Ethin non puo' restare con noi, sacerdotessa,
bisogna metterla al sicuro, al riparo dalle domande e dello sguardo
degli elfi, e' giovane e potrebbe destare la pieta' dell'esercito
di Levhian nel caso in cui venisse trovata.-
Karalijn scruto' gli occhi del chierico annuendo lentamente.
- Cosa suggerisci, uomo. Ti ascolto.- Molin incrocio' le braccia
dentro le larghe maniche e inizio' a parlare mestamente.
- Il cimitero, sacerdotessa, lasciamola tra i morti e le loro ombre.
Inspessira' il suo silenzio e custodira' il segreto delle vite che vi giacciono.
Il nemico non cerca fra i morti, ma fra i vivi.
La donna si guardo' intorno per un istante, poi indico' al chierico
la giovane umana che da lontano li osservava
spaventata.- Portatemela qui.
Al cospetto della madre Ethin sembrava un fuscello.
Chino' la testa e ascolto' cio' che Karalijn, sacerdotessa di Jekrom,
aveva da dirle.

Partirono l'indomani, la nebbia nascondeva i loro odori e le loro tracce.
Ethin era seduta su quel che restava della pira, ormai spenta, che le aveva
sottratto per sempre padre e fratello.
Nessun uomo... mai piu'... si diceva.

Solo l'eco di poche parole, a spezzare il silenzio.
- Ricorda. Nessuna vita per queste terre, all'infuori della tua.


Mia madre seppellí mio padre e mio fratello senza spargere la piu' piccola lacrima. Era una di quelle notti che non vedi a piu' di un palmo di naso, piena di nebbia e puzza di rami marci.
Jekrom da la vita, Jekrom la toglie, mi disse.
Li lascio' ardere in un campo dove non é mai cresciuto nessun fiore.
Vi sono ciottoli e terra arsa ovunque.
E nel qual caso vi scorra vita, il mio compito e' di porvi fine prima che veda la luce del giorno.

Per anni ho vegliato alla quiete di quei posti. Anno dopo anno nuovi ospiti aggiungevano brace al mio nido. Incredibile quanto la vita umana sia cosi pateticamente poco difesa da queste membra cosi fragili.
Mi chiamano Ethin, Custode della Terra Arsa, e nessun uomo mi sopravvivera' finche' queste braccia avranno la forza di servire il mio unico signore, padre, fratello, amante.

L'uomo non e' mai stato degno di popolare queste terre. Sono erbacce da estirapre, succhiano l'anima e la forza del suo regno e lo combattono ciechi. Sfruttano i ventri delle loro donne per dare vita a uomini come loro, patetici ammassi di carne destinati a bruciare. Con queste parole ho cresciuto e forgiato il mio spirito, con le parole di mia madre.
Ora lei giace tra le braccia di Jekrom, e sta godendo dei frutti della sua devozione. Possa capitare a me la stessa sorte.

A volte penso a lei.
Il suo ricordo e' ancora vivido e popola i miei silenzi senza disturbarli. Non provo dolore, nemmeno rabbia, non provo niente.
Disprezzo, forse, ma e' troppo osare per una umile servitrice come me. Il tempo cancellera' anche l'ultimo timore, o fastidio, e di lei non rimarra' che cenere, i ricordi sono inutili gingilli.
Inutili come una madre, che e' cosa effimera, mi insegnano, e' semplice involucro per cio' che deve vivere,e un giorno, morire.

Servo il volere di Jekrom, l'unico padre e fratello, in lui il seme di ogni vita e di ogni morte. Non ve ne sono altri, non possono esservene altri, questo il mio unico scopo.

Tutto il resto e' destinato a pascolare nell'ombra della gloria di chi lo serve.

Ed io non vedro' ombre, nel mio cammino.