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    Predefinito [BG] Anahel, la nascita della fine

    (ATTENZIONE!!! Il racconto che segue presenta scene crude di violenza su minori e di sesso su minori, nonche' di rapporti incestuosi!
    Siete pregati pertanto, di non proseguire ASSOLUTAMENTE la lettura se non maggiorenni, se particolarmente sensibili, o se ritenete che i temi trattati possano potenzialmente turbare la vostra persona.
    Chi intende proseguire la lettura, lo fa in sua piena liberta' e senza alcuna costrizione, essendo un racconto pubblico e non essendo necessaria o obbligatoria la lettura dello stesso ai fini di gioco.
    Ritengo di essere libera da ogni responsabilità, e declino lo staff da eventuali lamentele)





    “Anahel, la nascita della fine”





    La nebbia serpeggiava cupamente tra le immote statue del cimitero, come gelide dita di morte che carezzassero il proprio avere. La statua di un angelo con un ala spezzata, era l’unico spettatore involontario di una flebile conversazione fatta di sussurri. Il muschio che ne ricopriva per meta’ il freddo granito dalla quale era stata ricavata secoli prima, testimoniava lo stato di abbandono di quel cimitero. I vialetti tra una tomba e l’altra erano pieni di erbacce e di foglie portate dal vento, sicche’ per muoversi senza inciampare bisognava zigzagare tra le lapidi. Il sole stava tramontando, e i corti raggi solari si facevano mano a mano piu’ rossastri, illuminando tutto di un irreale color sangue, come se i demonietti e i gargoyle posti a silente protezione di quei monumenti, si fossero appena animati, e avessero richiamato a se’ le fiamme della geenna dalla quale provenivano.
    Con il capo chino, una piccola figura femminile se ne stava rannicchiata davanti a un tumulo scavato di fresco. L’aria odorava di terra smossa, dentro la quale un verme cercava inutilmente di rifugiarvisi nuovamente per scampare ai becchi impietosi dei corvi che riempivano l’aria con il loro gracchiare stridente.
    Anahel osservava in silenzio la tomba di sua madre, gli occhi lucidi per il pianto, i becchini che l’avevano seppellita erano gia’ andati via tutti, nessun officiante, nessuna preghiera, nessuno era venuto a vedere la tumulazione di quella donna.
    Nessuno amava sua madre, tranne lei e suo fratello… ah suo fratello, che cosa avrebbe mai fatto se non ci fosse lui.
    Ma l’amaro di quella perdita le colmava ogni pensiero.
    Era stata una brava madre dal suo punto di vista, certo, non sempre avevano di che sfamarsi, specie quando era piu’ piccola, ma ora che era tornato suo fratello e che aveva cominciato a contribuire in casa tutto sembrava andare meglio.
    Anahel chiuse gli occhi, si stentiva cosi’ sola, e cosi’ vecchia, nonostante i suoi quattordici anni, si sentiva come se la sua vita fosse ormai giunta al termine. Che cos’altro avevano da vedere ancora i suoi occhi?
    Se non ci fosse stato Mahel, il suo amato fratello, si sarebbe addormentata cosi’, rannicchiata sopra le spoglie di sua madre, raggiungendo il sonno eterno per ricongiungersi a lei, ma il suo amore per il fratello la teneva strettamente legata alla vita terrena, nonostante la sofferenza, quel calore che le nasceva nel ventre quanto lui le era al suo fianco, la vincolava in un modo che non sapeva spiegare.
    Erano stati separati per molti anni, Mahel era suo fratello per parte di madre, ma il padre di lui era un vagabondo, un truffatore, un saltimbanco che molti anni prima aveva messo incinta sua madre. Le aveva promesso di sposarla, ma poi, si sa’, i legami non son fatti per gli uomini di mondo. La sua passione per la poesia e per l’arte e la retorica lo portavano spesso con la mente distante, finche’ un giorno, quando Mahel aveva sei anni, decise di andarsene, e scomparve, portandosi dietro il bambino.
    Lui non le aveva mai raccontato cosa aveva vissuto in quegli anni, ne lei glielo aveva chiesto, se avesse voluto dirglielo, quando sarebbe stato il momento, l’avrebbe fatto.
    Restata da sola, a sua madre non era rimasto altro che prostituirsi per poter mettere qualcosa sotto ai denti, non sapeva fare nessuna altra cosa, e altro non seppe imparare ad Anahel. Lei era nata per un errore di valutazione, la figlia bastarda di una guardia, era rimasta incinta nella speranza di accasarsi, di mettere su famiglia.
    Lui le aveva fatto credere ingenuamente che l’amava. Povera donna, come si sbagliava, non era altro che un giocattolo nelle mani di un approfittatore, un modo per non pagare per i suoi servizi di p uttana. Quando rimise incinta, rinnego’ la bambina e di aver mai conosciuto la madre.
    Non c’era cibo, non c’era spazio, non c’era nulla di quanto servisse.
    Fin da quando era nella culla Anahel vide sua madre dare piacere agli uomini. Vivevano in una stanzetta disadorna di uno dei vecchi palazzi fatiscenti della citta’, nella zona dove anche i piu’ poveri temevano di avventurarsi. Non c’era altro che un pagliericcio sul pavimento, che spesso anche i topi usavano come nido e una sedia, sulla quale i clienti posavano i propri averi mentre si sbattevano sua madre.
    Anahel non poteva sottrarsi a quegli eventi. Quando succedeva che sua madre accogliesse un uomo, lei doveva mettersi nell’angolo con la faccia al muro e rimanere ferma e zitta, altrimenti le avrebbe prese. Ma i bambini sono curiosi, cosi’ lei sbirciava quello che accadeva usando un piccolo pezzo di vetro rotto che aveva trovato per strada, forse un pezzo di uno specchio di qualche nobildonna.
    A volte qualcuno dei clienti di sua madre protestava dicendo “deve proprio stare qui’ la tua bastarda?” ma sua madre rispondeva sempre “fa’ quel che devi e non ti curar di lei, tanto e’ piccola, non capisce”.
    Quando aveva quattro anni successe che uno dei clienti di sua madre chiese di lei, fu la prima volta che si trovo’ a toccare quella cosa flaccida e morbida che gonfia le brache agli uomini. Sapeva di sporco e odorava di urina stantia, non voleva toccarlo, ma era sola, sua madre era uscita, e l’aveva lasciata con quell’uomo. Fu costretta a toccarlo e leccarlo, finche’ l’uomo non emise un grugnito e la schizzo’ con una cosa che aveva un odore terribile e un gusto salato che faceva venire il voltastomaco.
    L’uomo lascio’ delle monete sulla sedia e se ne ando’, lasciandola sola, rannicchiata in un angolo.
    A quella seguirono altre volte, sempre quell’uomo, sempre la stessa cosa, ogni volta le chiedeva di fare quello che lui chiamava “fare la brava”, e cosi’ lei obbediva in silenzio, senza protestare, chiudendo gli occhi e cercando di respirare con la bocca per non sentire il fetore. Aveva compreso a sue spese che era meglio non far capire che non le piaceva, una volta aveva vomitato e lui l’aveva schiaffeggiata cosi’ forte che per una settimana non aveva piu’ sentito da un orecchio. Sicche’ aveva imparato a fare quello che le veniva chiesto senza mostrare quello che provava.
    Attorno ai dieci anni, inizio’ a venire a trovarla anche un altro uomo, la prima volta che lo vide era in compagnia di quello grasso e untuoso che ormai aveva imparato a riconoscere anche solo dal puzzo che emanava. Quest’altro era piu’ scarno, sapeva di pesce, non che ad Anahel importasse, almeno lui non voleva che lei lo toccasse, le piaceva guardarla nuda.
    Le chiedeva di spogliarsi e poi con le sue dita callose e fredde, che sapevano di scarti ittici la toccava, dandosi piacere da solo con l’altra mano.
    Anahel rimaneva immobile, gli occhi bassi e spenti, fissava le venature del pavimento e le macchie di sporco che lo incrostavano, mentre le mani di lui le violavano le carni e la palpeggiavano, crudamente e senza poesia.
    Ma fu quando aveva dodici anni, che per la prima volta aveva capito cosa volessero gli uomini piu’ di ogni altra cosa.
    Quel giorno uno dei soliti clienti di sua madre aveva insistito per avere lei, come di consueto sua madre era uscita, con la scusa di qualche commissione, e lei era rimasta sola con quell’uomo.
    Pensava che avesse voluto fare quello che gli altri due le chiedevano, ma non era cosi’, l’aveva spogliata ma non aveva voluto toccarla, non le chiese di toccare lui, la fece semplicemente stendere.
    Non sapendo cosa lui volesse fare lei rimase immobile, era abituata ad essere null’altro che una bambola nelle mani degli uomini, sicche’ non oppose resistenza quando lui le divarico’ le gambe e le si stese sopra. Armeggio’ con i pantaloni e tiro’ fuori il suo membro, puntandolo contro di lei.
    Senza poesia, senza pieta’ e senza delicatezza la penetro’, un colpo secco. Anahel urlo’, di sorpresa, di dolore e di rabbia. Ma uno schiaffo spense subito le sue proteste. Per fortuna all’uomo non ci volle molto per raggiungere quello che desiderava, e come gli altri lascio’ i soldi sulla sedia e se ne ando’ via, lasciandola sola e umiliata.
    Quando la madre torno’ la trovo’ ancora li’ stesa a terra, le gambe oscenamente divaricate a mostrare le sue parti intime sporche di sangue rappreso. Il suo sguardo era vuoto e distante, sua madre la prese tra le braccia e la consolo’, dicendole che le prossime volte sarebbe andato meglio, che non avrebbe piu’ sentito dolore dopo un po’, che ci voleva soltanto un po’ di abitudine, e cosi’ fu.
    Presto si sparse la voce, e in un paio di giorni aveva avuto almeno due o tre clienti che chiedevano di lei. Ogni volta che uno se ne andava sua madre la cullava dolcemente e le ripeteva che tutto andava bene, che presto avrebbero avuto molti soldi, che sarebbero state felici. E lei le credeva.
    Ultima modifica di ElghinN; 18-11-2010 alle 21:26

    “Fiumi di parole su pagine di fragile follia”
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  2. #2
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    Passo’ un anno, un anno che per lei sembrava essere un secolo, ogni giorno la routine era la stessa, finche’ uno di questi, che sembrava essere solo uno come tanti, si presento’ alla porta lui, Mahel, dicendo di essere suo fratello.
    Era cosi’ bello, cosi’ dolce e diverso dagli altri uomini che aveva conosciuto, le pareva un angelo, sua madre lo riconobbe subito e lo accolse in casa, sperando che un uomo l’avrebbe aiutata, forse sognando di ricostruire una famiglia, un sogno che l’accompagno’ fino alla sua tomba.
    Mahel si prese cura di lei con tenerezza, non voleva piu’ che gli uomini venissero a trovarla, e comincio’ a portare soldi a casa, ma non bastavano mai.
    Questo suo modo protettivo e la sua avvenenza, nonche’ il suo modo colto di parlare la fece innamorare. Lui le recitava poesie ogni sera, e le carezzava dolcemente i capelli prima che si addormentasse, vegliando su di lei con tenerezza.
    L’amore di Anahel per Mahel cresceva dentro di lei giorno dopo giorno, lui le insegno’ a leggere e a scrivere e cerco’ in tutti i modi di portare sempre piu’ soldi per evitare che almeno lei si prostituisse.
    Anahel per la prima volta in vita sua si sentiva felice, pensava di aver trovato il suo posto al mondo, la sua esistenza si stava riempiendo di cose belle e a lei non sembrava vero.
    Trascorse un anno intero cosi’, fino a quando tutto si infranse. Tutti i suoi sogni di felicita’ andarono in pezzi quella sera.
    Come di consueto stava soddisfacendo un cliente, ma l’uomo era ubriaco, e presto divento’ violento, tiro’ fuori un pugnale e la minaccio’ per poi aggredirla. Anahel urlo’ con quanto fiato aveva in gola, e con suo stupore la porta si apri’ di colpo, sua madre si avvento’ contro l’uomo come se fosse sempre stata li’, a controllare che tutto andasse bene. Ma l’uomo fu piu’ svelto, e preso dal panico pugnalo’ sua madre al ventre, fuggendo poi nei vicoli bui della citta’.
    La porta spalancata lasciava entrare una tetra luce lunare, sporcata dalle esalazioni dell’immondizia della strada. Anahel corse subito da sua madre e le prese il viso in grembo. La sua pelle era segnata da anni di preoccupazione e di malnutrizione, i suoi occhi castani guardavano la figlia con una sorta di dispiacere e di pentimento.
    Con un ultimo sforzo riusci’ a chiederle scusa per tutto, le disse che l’amava, e che non avrebbe mai voluto una vita del genere per lei. Poi, con un gorgoglio di sangue mori’ tra le braccia di Anahel.
    Quando torno’ Mahel le trovo’ ancora cosi’, il corpo oramai freddo della madre giaceva in una pozza del suo stesso sangue, la testa ancora posata in grembo di sua sorella, il cui sguardo era vuoto e spento, si dondolava avanti e indietro, carezzando i capelli sporchi di sangue raggrumato della madre, cantandole quella che doveva essere una ninnananna che lei soleva sussurrarle da bambina.
    Con dolcezza l’aveva sollevata da terra, pulendola e facendola rivestire, poi si era sincerato che i becchini prendessero il corpo, e l’aveva fatta seppellire tra le tombe di quel vecchio cimitero con gli ultimi soldi che aveva guadagnato.
    Aveva lasciato che lei rimanesse sopra la tomba finche’ ne avesse sentito il bisogno, e le aveva promesso che sarebbe tornato subito, il tramonto aveva lasciato posto al buio della notte quando era tornato da lei.
    Mahel le cinse dolcemente le spalle e la sollevo’ con una delicatezza che non smetteva di stupirla. La porto’ a casa. Aveva pulito tutto, anche se la grossa macchia di sangue sul pavimento si vedeva ancora, impregnata nello sporco legno del pavimento. Ma a quanto pare aveva cercato di dare un aria piu’ pulita alla stanza, il pagliericcio era stato cambiato, e la sedia spostata in un altro angolo della stanza, aveva persino comprato un piccolo grappolo d’uva, molto probabilmente con i suoi ultimi averi, visto quanto cara era la frutta.
    Anahel provo’ un moto silenzioso di riconoscenza per quel che suo fratello stava facendo per lei, non era abituata a tutte quelle premure. Lui la compagno’ al giaciglio e prendendola in braccio la cullo’ dolcemente, facendole posare la testa sulla propria spalla.
    Rimasero cosi’ in silenzio, stretti uno nelle braccia dell’altro per molte ore.
    Silenziose lacrime solcavano il viso di Anahel, mentre Mahel manifestava un contegno che le infondeva sicurezza. La invito’ a mangiare, e quando vide che lei non voleva, la imbocco’ teneramente, sincerandosi che non si chiudesse nel proprio dolore.
    Nella penombra della stanza, la fiammella della lanterna si specchiava negli occhi neri come la notte di Anahel, mentre guardavano con amore il fratello. Lui la stava tenendo stretta in un dolce abbraccio per confortarla, e questo le permetteva di non pensare al dolore, si accorse che quando era con lui, tutti i pensieri negativi sparivano, e si sentiva libera.
    Con un piccolo movimento si assesto’ tra le sue braccia, per osservarlo in viso, i suoi lineamenti simili a quelli di lei rendevano la sua bellezza invitante e strana al tempo stesso. Gli piaceva, era il ragazzo piu’ bello che lei avesse mai visto, secondo i suoi gusti. Si perse ad osservare i suoi occhi di un azzurro talmente chiaro da parer di ghiaccio, che non lasciavano mai trasparire i pensieri.
    Con lentezza avvicino’ il viso al suo, senza smettere di guardarlo, il cuore che le martellava in petto senza sapere perche’. Sentiva un impulso irrefrenabile di baciarlo, di posare le sue labbra su quelle morbide e liscie di lui, dalle quali cosi’ spesso aveva goduto nell’ascoltar poesie. E senza accorgersene si ritrovo’ a farlo. Le loro labbra si sfiorarono, e una scossa le percorse la spina dorsale.
    La sua pelle sapeva di pulito e di fresco, le sue labbra erano morbide e dolci, si schiusero al suo tocco come petali di un fiore notturno che accoglie la luce lunare.
    Prima ancora di capire cosa stava succedendo si ritrovo’ nuda tra le sue braccia.
    Le loro lingue si intrecciarono in una dolce danza di baci, mentre i corpi vibranti di desiderio si unirono ad appagare un vuoto che li univa.
    Con stupore senti’ scivolare il suo membro dentro di lei con lentezza, ma a differenza delle volte in cui si prostituiva, non avverti’ la consueta sensazione di repulsione. Lui entro’ dentro di lei delicatamente, con amore, lasciando che il suo corpo reagisse alle sue carezze ed ai suoi baci, eccitandolo prima in ogni sua parte. Le sue mani calde e morbide la carezzavano, facendola sentire bella ed amata mentre le sue labbra le solleticavano la pelle con una miriade di baci. Come se non avesse desiderato fare altro dal primo momento che l’aveva vista.
    La loro unione divento’ sempre piu’ urgente, sempre piu’ violenta, mano a mano che il desiderio sublimava il dolore e l’appagamento prendeva il posto al dubbio.
    Per la prima volta nella sua vita, Anahel fece l’amore, sentimenti nuovi e strani le invasero la sua mente, unendosi al piacere e all’affetto che provava per Mahel.
    Passarono la notte a darsi conforto in quel modo. Quando si svegliarono i loro sguardi di incrociarono in una reciproca muta promessa. Nulla e nessuno li avrebbe mai separati.

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    Mahel, La nascita della fine


    Sono un furfante, un fuorilegge, un anarchico, un assassino. Sono figlio, amante e schiavo della notte e dell'oscurità, sono un'anima reietta che vaga senza meta aggirandomi tra le ombre. I vicoli sporchi sono la mia casa, puttane e papponi i miei vicini, sono tutto quello che mai vorreste vedere in un figlio, eppure sono questo per colpa di mio padre.
    Ero un bambino minuto e cagionevole, ma mia madre mi amava, o forse amava questa mia fragilità che la faceva sentire importante e utile, occuparsi di quel piccolo mostriciattolo era l'unico modo per abbandonare la realtà della sua vita e per redimere la sua dannata anima. Per mio padre ero un peso, un'altra bocca da sfamare, una bocca che con molta probabilità non sarebbe giunta a vedere l'alba del primo lustro. Le liti tra di loro erano continue e furibonde, liti alimentate dall'alcool, liti per questione di soldi, liti futili, liti inutili, noi non avevamo soldi.
    Mio padre lo sapeva fin troppo bene, anche mia madre lo sapeva, ma preferiva fingere con se stessa che tutto andava bene, preferiva rifugiarsi in quell'abisso interiore, dove solo le malattie del piccolo avevano senso, ero la sua unica boa, il suo orizzonte, il suo punto fisso, linfa vitale per la sua carcassa, mia madre mi amava, amava quello che ero, un morto che a fatica respira.
    All'età di due anni ancora non ero in grado di parlare, riuscivo a comunicare con gesti scomposti accompagnati da rantoli informi, leggevo la tenerezza e la compassione negli occhi di mia madre, leggevo l'odio e l'astio nelle mani di mio padre che flagellavano la mia schiena. Un uomo così colto e appassionato di retorica non poteva permettere che il suo più grande sbaglio non fosse nemmeno in grado di comunicare, ogni volta che una parola errata o senza senso usciva dalla mia bocca, questa veniva richiusa con violenza da quella mano callosa.
    All'età di due anni ancora non ero in grado di parlare, e decisi di restare in silenzio.

    Per fortuna mio padre era spesso in viaggio con la sua compagnia di commedianti, io rimanevo solo con mia madre che mi trattava come fossi una bambola, un pupazzetto e non il frutto del suo ventre, ma a distanza di anni posso capirla, quando mi diede i natali era molto giovane e gli errori di gioventù spesso si pagano per tutta la vita. Non era una donna colta, non sapeva leggere, il suo vocabolario era molto limitato, ma amava ascoltare mio padre di nascosto quando recitava a voce alta i versi e le poesie di quello strano libro, amava la sonorità delle parole e spesso soleva ripetermele la sera, quando la flebile luce di una candela rubata ai sacerdoti rischiarava di un colore caldo le fredde pareti della nostra casa.
    Avevo quattro anni e il mio silenzio continuava, comunicavo con mia madre solo a gesti, con mio padre avevo smesso di comunicare. Ogni volta che gli passavo vicino non perdeva l’occasione per maledirmi e prendermi a calci. Il mio fisico era sempre più debilitato e l’unica cosa che mi teneva in vita era l’amore di mia madre e il suono delle sue parole prima di addormentarmi. Iniziai ad imparare a memoria tutti i versi e passavo le giornate a ripeterli nella mia mente, amavo le parole dell’oscuro menestrello autore di quel libro, anche se faticavo a capirne il significato, alcuni termini li conoscevo ma mi erano di difficile comprensione, altri completamente ignoti.
    Avevo quattro anni e mio padre partì nuovamente, lasciandoci soli, ancora; nella foga dei preparativi non si accorse che le piccole mani di quel mostriciattolo erano riuscite a sfilargli dalla borsa il libro di poesie, era il mio primo furto, il primo di una lunga serie. Ero stato freddo in quegli attimi, il cuore aveva continuato a battere in maniera regolare, nessuna emozione, nessun senso di colpa, nessun brivido, le emozioni erano state estirpate dal mio corpo a suon di percosse.
    In un momento di solitudine aprii per la prima volta quel libro ed in quel momento fui scosso da un brivido che mi fece rizzare i capelli dietro la nuca. Quelle strane scritte erano magiche, lo sentivo dentro la mia anima, malgrado non sapessi leggerle, scoprii che potevo collegarle alla voce di mia madre, alle sue parole. Iniziai a seguire le scritte con le dita, ripetendo dentro di me quei versi, le mie labbra si muovevano a ritmo con i suoni, ma nulla, se non aria, usciva dalla mia bocca. Continuai con questo strano gioco per ore, ero immerso in un mondo etereo, fatto di versi, di scritte e di carta. Chiusi gli occhi richiudendo il libro e rimasi immobile, inanimato. Mia madre mi vide ed emise un grido allarmato, vedeva già la falce della nera signora su di me, io non la udii, non mi mossi nemmeno quando iniziò a schiaffeggiarmi il volto. Ero paralizzato, rinchiuso dentro me stesso, entrato in un vortice che non riuscivo e non avevo alcuna intenzione di abbandonare. Rimasi in quello stato di incoscienza per due giorni, senza mangiare, senza bere, l’unico segno di vita era il rapido movimento degli occhi sotto le palpebre abbassate.
    Mia madre rimase in attesa, non avevamo i soldi per un medico, non avevamo soldi per uno stregone, se fossi morto, sarebbe stato solo un suo fallimento.
    Riemersi da quello stato con un rantolo ed emisi un suono, la mia prima parola “Faber” che mia madre non comprese, poi svenni e questa volta iniziai a dormire come mai avevo fatto negli ultimi due anni.
    Mi risvegliai febbricitante ed indebolito, indicai a mia madre il libro e lei con le lacrime agli occhi me lo porse, guardai la copertina come emergendo da un abisso, leggevo a chiare lettere la parola “Faber”, non capivo cosa mi fosse successo, avevo solo quattro anni e il mio mondo erano quelle quattro mura, ma non ero spaventato, la paura era un’altra delle emozioni morte nel tempo.

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  4. #4
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    Aprii una pagina a caso e a fatica iniziai a recitare le parole che già conoscevo:

    “Uomini senza fallo, semidei
    che vivete in castelli inargentati
    che di gloria toccaste gli apogei
    noi che invochiam pietà siamo i drogati.

    Dell'inumano varcando il confine
    conoscemmo anzitempo la carogna
    che ad ogni ambito sogno mette fine:
    che la pietà non vi sia di vergogna.

    Banchieri, pizzicagnoli, notai,
    coi ventri obesi e le mani sudate
    coi cuori a forma di salvadanai
    noi che invochiam pietà fummo traviate.

    Navigammo su fragili vascelli
    per affrontar del mondo la burrasca
    ed avevamo gli occhi troppo belli:
    che la pietà non vi rimanga in tasca.

    Giudici eletti, uomini di legge
    noi che danziam nei vostri sogni ancora
    siamo l'umano desolato gregge
    di chi morì con il nodo alla gola.

    Quanti innocenti all'orrenda agonia
    votaste decidendone la sorte
    e quanto giusta pensate che sia
    una sentenza che decreta morte?

    Uomini cui pietà non convien sempre
    male accettando il destino comune,
    andate, nelle sere di novembre,
    a spiar delle stelle al fioco lume,
    la morte e il vento, in mezzo ai camposanti,
    muover le tombe e metterle vicine
    come fossero tessere giganti
    di un domino che non avrà mai fine.

    Uomini, poiché all'ultimo minuto
    non vi assalga il rimorso ormai tardivo
    per non aver pietà giammai avuto
    e non diventi rantolo il respiro:
    sappiate che la morte vi sorveglia
    gioir nei prati o fra i muri di calce,
    come crescere il gran guarda il villano
    finché non sia maturo per la falce.”

    Le parole uscirono dalle mie labbra sotto forma di suoni, non stavo recitando quello che già a mente conoscevo, stavo leggendo quegli strani segni sulla pagina. Mi girai verso mia madre e la vidi pietrificata, con le lacrime a baciarle il viso, immobile, paralizzata. Le presi il volto tra le mani e le dissi guardandola negli occhi “state tranquilla madre, ora sono vivo”, e svenni.

    Quando mi ripresi la stanza era in ombra, mia madre non c’era più, ma ai piedi del letto era mio padre, in mano aveva il suo libro e mi squadrava con disprezzo, odiavo quegli occhi di ghiaccio così simili ai miei. Senza troppi convenevoli esclamò con la sua voce da basso “hai rubato a tuo padre, sai parlare e sai leggere, finalmente potrai tornare utile”, un ghigno infernale si compose sul suo volto. Non dissi nulla, non mi mossi, non gli diedi ad intendere che avevo udito e compreso le sue parole, rimasi immobile e lui spazientito abbandonò la stanza.
    Iniziai a seguire mio padre con la sua combriccola di attori intorno ai cinque anni, siccome ero troppo debole per svolgere i lavori classici di uno sguattero, fui istruito su come impietosire la gente e raggirarla.
    La compagnia metteva in scena uno spettacolo a sera ed io dovevo passare tra la folla che si riuniva, recitando versi e chiedendo qualche moneta. Spesso la gente impietosita si avvicinava a me donandomi qualche soldo, ma altrettanto spesso erano le suole delle loro scarpe che conoscevano il mio corpo. Le botte erano anche una prassi la sera, quando mio padre insoddisfatto dalle poche monete mendicate, infieriva su di me per scaricare la sua rabbia.
    Ogni sera rubavo il libro, ogni sera ne accarezzavo i rilievi sulla copertina, leggevo ogni singola parola con avidità e la assimilavo, la facevo mia, quei versi mi diedero forza e lentamente, grazie anche alla maggior quantità di cibo, iniziai a rinforzarmi. Tornavo spesso da mia madre, ma ogni volta la vedevo sempre più sciupata, mi abbracciava e mi baciava e voleva che le raccontassi tutto, io inventavo storie fantastiche omettendo tutte le atrocità della mia miserabile vita, ero piccolo ma avevo imparato a conoscere il mondo.
    All’età di sei anni ero diventato abbastanza forte e robusto per riuscire a svolgere i compiti più duri, riuscivo a schivare senza troppa difficoltà i calci della folla e riuscivo a irretire le giovani signore, portando via loro dei gruzzoli sempre consistenti e a volte gioielli sfilati con maestria. Fu quello il mio più grande errore, mio padre vide in me una nuova fonte di guadagno e decise di portarmi via definitivamente da mia madre, per intraprendere un lungo viaggio fino a Knesya, “la la gente è troppo buona” mi ripeteva, “se sarai bravo potremmo diventare ricchi”. Non rividi più mia madre per molti anni.

    Le settimane, i mesi e gli anni passavano tutti nello stesso modo, diventavo sempre più esperto ed agile, il mio corpo era coperto da un nuovo strato di muscoli, gentile concessione dalla mia pubertà e dai lavori manuali sempre più duri. Il ricordo di mia madre era quasi svanito dalla mente, la mia unica ossessione era il libro, mi chiedevo con insistenza da dove venisse, chi fosse il bardo artista di quei versi. Provai ad affrontare qualche volta l’argomento con mio padre ma regolarmente venivo percosso per non essermi fatto i fatti miei.

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    All’età di dodici anni ero già un uomo ben formato, superavo senza problemi in forza ed agilità mio padre, ma non desideravo darlo a vedere e regolarmente subivo in silenzio i suoi sopprusi, fu quell’anno che il vento cambiò direzione, la voce dei continui furti si era sparsa e quando passavo in mezzo alla folla la gente mi guardava con diffidenza e sospetto, tenendomi alla larga, mio padre iniziò a vedere in me solo un peso e un giorno decise di vendermi come schiavo ad uno strano mercante. Abbandonai così la compagnia, ma riuscii nel mio ultimo furto, rubando il libro di mio padre e custodendolo gelosamente come una reliquia.

    Fui affidato ad alcuni monaci di Jekrom, il mio padrone aveva visto in me grandi potenzialità e decise di farmi apprendere le arti del combattimento. Ero molto agile, ma gli altri allievi mi superavano in tutto, ben presto giunsi alla conclusione che per sconfiggere eventuali nemici avrei dovuto fare affidamento sulla mia intelligenza ed astuzia piuttosto che sulla forza bruta, ne parlai con il mio tutore che convenne con me e decise di farmi istruire da una setta di assassini, fu in quei luoghi che appresi la sottile arte dell’omicidio. Non vidi mai in volto i miei maestri, ne i miei compagni, eravamo solamente dei numeri, mai dei nomi, lentamente dimenticai chi ero, dimenticai il mio passato, dimenticai mia madre e mio padre, dimenticai le sofferenze. Ero solo una recluta e il mio unico segreto era quel libro.

    Alcuni anni più tardi il mio padrone venne brutalmente assassinato, non ebbi mai la possibilità di conoscerlo, nel suo testamento era fatta espressione della sua volontà di dare libertà per tutti i suoi schiavi. Dopo molti anni di prigionia, ero finalmente libero, libero di andare dove volevo, libero di scegliere dove andare, libero di non sapere dove andare; ero solo una recluta, ero un numero e nulla più. Decisi che era giunto il momento di scoprire la verità su quel libro. Avevo diciassette anni e mi diressi verso Zakro, era da li che sicuramente tutto era iniziato.
    Non avevo i soldi per mangiare e per mantenermi iniziai con piccoli furtarelli, non prendevo mai più del necessario, cercavo di non dare nell’occhio, non bramavo la ricchezza, non mi importava.
    Un giorno, per uno strano scherzo del destino, entrai di soppiatto in una casa ben tenuta, nella stanza più grande vi era una libreria immensa, rimasi estasiato, non mi accorsi dell’uomo sulla soglia che rideva, una risata gelida che mi paralizzò all’istante. Si rivolse a me con uno strano accento “cosa abbiamo qui, un ladro o un topo di biblioteca?”
    Non trovai la forza di rispondere, mi girai lentamente in modo da mettere in mostra le mie mani disarmate, impugnavo solo il mio vecchio libro e nulla di più. Il ghigno dell’uomo si trasformò in una maschera, il suo volto si contrasse come colpito da una sferzata, senza il minimo avviso e senza una ragione mi si avventò contro. Lo osservai stupito e rimasi sorpreso della sua lentezza, lo misi fuori combattimento senza alcun problema, non riuscivo a rendendomi conto della rapidità acquisita grazie agli insegnamenti della setta.
    L’uomo aveva le lacrime agli occhi, si mise a sedere umiliato, con lo sguardo fisso sul libro.
    Rimasi in silenzio, non mi mossi, restai in attesa fino a quando iniziò a parlare, i suoi discorsi, in un primo momento sconnessi e senza senso, iniziarono a prendere forma durante il racconto.
    Mi raccontò una storia assurda, l’uomo era stato un potente mago, un mago esiliato e privato dei suoi poteri, la sua colpa era stata quella di voler piegare il tessuto temporale al suo volere, cercando di aprire un passaggio tra due mondi che mai si sarebbero dovuti incontrare, prima di essere scoperto era riuscito a portare nel nostro mondo quel libro alieno. Quando venne scoperto, la gilda all’unanimità decise per l’esilio. Il libro gli venne sottratto mesi dopo da un ladruncolo e il solo rivederlo aveva riportato alla mente tutta la rabbia repressa. Gli chiesi se conoscesse l’autore di quel libro, il bardo Faber, ma mi liquidò con un cenno di diniego.
    Decisi di lasciarlo li, senza sottrargli nulla e risparmiandogli la vita, avevo avuto quello che cercavo e ora capivo il perché di tante cose, quel bardo doveva sapere che oltre al suo erano presenti altri mondi, gli tornarono alla mente alcuni versi delle sue poesie

    “Gli arcobaleni d'altri mondi hanno colori che non so
    lungo i ruscelli d'altri mondi nascono fiori che non ho.

    Gli arcobaleni d'altri mondi hanno colori che non so
    lungo i ruscelli d'altri mondi nascono fiori che non ho.”

    Abbandonai quella casa più leggero, alla mente mi tornò la voce di mia madre, ricordai che alla sera amava recitarmi quei versi. Presi la decisione di tornare a casa da lei, la mia ricerca finalmente era terminata.

    Ci misi due anni per raggiungere Zakro, due anni di stenti e sacrifici, quando finalmente giunsi, bussai alla porta di casa con il cuore in gola e rimasi pietrificato, in quella ragazza poco più grande di una bambina vedevo i lineamenti di mia madre, lei mi guardò come aspettandosi che io mi facessi avanti, le chiesi chi fosse, ma in cuore mio sapevo già la risposta. Quando rispose che era Anahel, la sua voce penetrò nel profondo della mia anima, mi chinai verso di lei e nel modo più dolce che conoscessi, le dissi che ero suo fratello. Sorrisi nel farlo, il primo vero sorriso dopo anni di paresi totale.
    Nostra madre mi vide e mi corse incontro abbracciandomi e affondando il suo viso nel mio petto, la donna che un tempo usava stringermi a lei e darmi protezione era li, tra le mie braccia, a chiedere singhiozzando che fossi io a proteggere loro. Il suo viso era segnato dal tempo e dalle sofferenze, una ragnatela di solchi incisi dal tempo. Non uscì una sola lacrima dal mio viso, le ultime erano state stroncate dal mio passato, ma non smisi di sorridere. Almeno fino a quando non iniziò a raccontarmi di lei e Anahel e del modo in cui erano costrette a sopravvivere. Dissi che le avrei aiutate, che non avrebbero più dovuto vendere il loro corpo, ma Zakro non è Knesya ed era sempre molto difficile portare a casa del denaro. Ogni furfante sa che non è un bene rubare in casa del ladro.
    Riuscii comunque a portare qualche soldo a casa, Anahel e mia madre poterono concedersi un po’ di riposo, ma regolarmente erano costrette a vendersi per riuscire a sopravvivere.
    Dopo tanti anni avevo nuovamente una famiglia, adoravo stringere mia sorella tra le braccia ed accarezzarle i capelli, era la creatura più bella che avessi mai visto, la sera prima di addormentarsi le recitavo le poesie di Faber e lei sorridente si abbandonava tra le mie braccia.
    Le insegnai a leggere e scrivere, le insegnai ad amare l’arte e la bellezza e non le feci pesare mai i racconti del mio turbolento passato.
    Trascorse un anno intero così, fino a quando tutto si infranse. Tutti i nostri sogni di felicità andarono in pezzi quella sera.
    Tornai a casa dopo una serata di caccia, ero stravolto perché in quel periodo era sempre più difficile racimolare denaro. Notai subito la porta di casa socchiusa ed un pessimo presentimento prese a pulsare nelle mie tempie; estrassi il mio pugnale ed entrai nella stanza come mi era stato insegnato durante il mio addestramento. La scena che vidi era straziante, Anahel era inginocchiata mezza nuda per terra, si dondolava avanti e indietro stringendo tra le braccia il volto di nostra madre, le accarezzava i capelli sporchi di sangue salmodiando una litania che non compresi. L’addestramento prese il soppravvento su di me e diventai freddo all’istante, presi nota con noncuranza della disposizione degli oggetti, sollevai mia sorella da terra, la aiutai a pulirsi e a rivestirsi. Chiamai i becchini perché si prendessero cura del corpo, pagai con i pochi risparmi che avevo, non era ancora il momento di piangere la scomparsa della mia amata madre.

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    Accompagnai Anahel al cimitero e la lasciai sola, promettendomi che sarebbe stata l’ultima volta. La baciai sulla fronte e le sussurrai che sarei tornato subito.
    Era buio e quella notte ero il predatore dentro di me ruggì. Tornai alla casa e mi soffermai su qualche cosa che avevo notato in precedenza, uno strano anello, con il sigul di un’arpia. Lo raccolsi e raggiunsi un gruppo di puttane e senzatetto, mostrai a tutti il sigillo fino a quando non trovai una traccia, si trattava di un ricco mercante della zona, mi indicarono la strada.
    La casa era ben tenuta e ben protetta, approfittando del buio vi entrai sgozzando le due guardie all’ingresso, era la prima volta che il sangue macchiava le mie mani, ma non provai alcun rimorso. In silenzio esplorai le varie stanze facendo della casa un mattatoio. Servitù, donne, bambini, non una sola anima rimase dentro quegli involucri di carne. Raggiunsi la stanza dell’uomo e lo trovai intento a lavarsi il sangue di mia madre dalle mani, avanzai nell’assoluto silenzio e la mia lama penetro nella sua spina dorsale, andando ad incidere definitivamente i suoi collegamenti nervosi, così come mi era stato insegnato. Era paralizzato ma vivo, non era in grado di muoversi, ma poteva vedere e sentire ogni cosa.
    Gli mostrai il suo anello, gli mostrai i cadaveri dei suoi figli e delle sue persone care, gli sputai in faccia la mia rabbia ed infine incisi le sue carni sotto l’addome, lasciando cadere le sue viscere sul pavimento.

    “... come crescere il gran guarda il villano
    finché non sia maturo per la falce. ”

    Lo abbandonai ancora vivo, sarebbe morto molto lentamente e con profondo dolore. Rubai i suoi risparmi e mi diressi al mercato. Comprai dell'uva con i miei ultimi averi, donai i soldi appena rubati alle prostitute che mi avevano aiutato, infine tornai indietro e misi in ordine la casa.

    Giunsi al cimitero che era buio, Anahel era ancora abbracciata alla tomba, la cinsi e la sollevai, portandola in silenzio fino a casa. La feci adagiare sul letto e la cullai dolcemente. Rimanemmo in silenzio in quella posizione per molto tempo, poi la costrinsi a mangiare un po' d'uva imboccandola. Lei si sistemò tra le mie braccia ed iniziò a guardarmi, il suo viso era perfetto, si avvicinò a me e senza rendermi conto di quello che successe iniziò a baciarmi. Un bacio incredibile, meraviglioso. Lentamente la spogliai dei suoi vestiti, ammirando la perfezione del suo corpo. Delicatamente entrai dentro di lei, dopo molti anni, per la prima volta i miei sentimenti erano vivi, affondai con amore e la sentii fremere, iniziai a baciarla ed accarezzarla. Feci l'amore per la prima volta in vita mia, nel silenzio delle nostre urla di piacere i miei occhi iniziarono a lacrimare, sapevo che era questo che avevo sempre cercato, lei non seppe mai che era la prima per me.
    Passammo la notte a darci conforto in quel modo. Quando ci svegliammo i nostri sguardi si incrociarono in una reciproca muta promessa. Nulla e nessuno ci avrebbe mai separati.

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    La nascita di Darth Vader: le mutilazioni, la sala operatoria, il Vader scatenato alla notizia palpatiniana della morte di Padme, le poche parole, la quasi nulla azione, la scena finale di spalle con Palpie e Tarkin, la sua strage dei jedi non mostrata... che ve ne pare di questo Evento starwarsiano di Ep3, per come e stato spoilerato finora??

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